È in vista di attività formative del Settore Sci di Ethica che Enrico Clementi, nostro collaboratore e responsabile del Settore stesso, ha sviluppato con Claudio Ravetto, ex DT della nazionale di sci alpino e attualmente CT di federazioni estere, singoli atleti nello sport di vertice, organizzazioni e gruppi sportivi, un articolo sulle “competenze distintive” (core competence) dell’allenatore di sci alpino.

 L’auspicio degli autori è che questo lavoro possa sensibilizzare da un lato i professionisti della neve (maestri, allenatori e altre figure tecniche) ad investire in attività formative, dall’altro la Federazione a non disattendere attività di studio, cooptazione e ricerca. 

 

 […] non serve [sia nella formazione dei giovani che nell’alto livello] inseguire gli altri, ma cercare di anticiparli attraverso progetti tecnici, atletici e mentali innovativi, supportati da un centro di ricerca, elaborazione, analisi e utilizzando il “meglio” negli ambiti professionali

 – C. Ravetto

[…] a cambiare, nella formazione, non sono le logiche, ma i contesti applicativi.

– E. Clementi

 

La figura dell’allenatore di sci alpino è una figura professionale che, se osservata dall’esterno, mette in risalto una serie di aspetti che non attengono solamente allo specifico della disciplina, ma anche ad altri aspetti che proveremo, se non a definire in modo univoco, ad enunciare.

La formazione professionale, svolta in ambito federale (FISI -STF) e suddivisa per livelli, tiene conto di una serie di aspetti generali (nozioni di infortunistica e primo soccorso, nozioni di medicina sportiva, elementi di preparazione atletica, regolamenti interni, materiali, caratteristiche delle discipline e programmazione ecc.), ma a nostro avviso ne trascura alcuni altrettanto rilevanti e che potremmo ricondurre al rafforzamento delle abilità trasversali o soft skills del futuro allenatore.

È evidente che l’allenatore di sci alpino deve saper leggere e interpretare una serie di variabili che riguardano il singolo atleta e che non riguardano soltanto l’aspetto tecnico, o l’approccio tattico a una determinata situazione di gara, ma altri che permettono all’atleta stesso di poter esprimere il suo potenziale – si pensi ad esempio allo stato mentale.

Inoltre, l’allenatore, oltre che leggere e interpretare queste variabili e proporre aggiustamenti, nuove soluzioni e adattamenti, deve anche saperli comunicare da prospettive favorevoli e con modalità e tempistiche adeguate alle caratteristiche dell’atleta.

Come detto in altra sede è evidente che un atleta introverso, per usare alcune tipizzazioni, funziona in modo assolutamente diverso da un atleta estroverso e verosimilmente il suo modo di recepire le informazioni, elaborarle e agire sarà pure diverso.

Quindi, l’allenatore, deve saper definire almeno approssimativamente chi sia l’atleta, sul piano delle caratteristiche di personalità e domandarsi:

  • Come focalizza l’attenzione, è introverso o estroverso?
  • Come acquisisce le informazioni ambientali, è sensoriale o intuitivo?
  • Come prende le sue decisioni, è logico o intuitivo?
  • Come vive in relazione con gli altri e l’ambiente esterno, è giudice o ricettivo?

Inoltre l’allenatore di sci alpino deve avere bene chiaro chi egli sia come persona e il suo stesso modo di funzionare, i suoi punti di forza e di debolezza, al fine di evitare con l’atleta dinamiche di tipo simmetrico (tu ti arrabbi, io mi arrabbio; tu ti chiudi, io mi chiudo e simili) con conseguente, reciproco dispendio di tempo ed energie.

L’allenatore, secondo questa prospettiva, è a tutti gli effetti un educatore e il suo lavoro deve muovere attorno ad alcuni capisaldi che riguardano:

  • la natura relazionale dell’intervento (egli lavora a favore delle autonomi della persona-atleta),
  • il principio di educabilità (ci sono sempre modi e margini di crescita, di miglioramento, ferma restando l’attendibilità degli obiettivi posti),
  • il principio di contingenza (lavoro nel “qui ed ora” della situazione concreta),
  • l’intenzionalità manifesta e la definizione congiunta di obiettivi e metodo (onde rafforzare le abilità metacognitiva dell’atleta),
  • l’utilizzo di canali d’intelligenza multipli e nulla affatto omogenei (lo sci è uno sport evidentemente polisensoriale e non riconducibile a un numero chiuso di skills),
  • l’orientamento al “cambiamento”, inteso come componente empirica del lavoro svolto.

Come in ogni ambiente professionale anche in quello degli allenatori di sci alpino, tuttavia, ci sono atteggiamenti e cliché che limitano fortemente il divenire della professione, riducendone il significato.

Per alcuni l’allenatore è “colui che traccia”, che “mette i pali” e che “parla il meno possibile”! Per altri è un soggetto “rude”, a tratti “brutale” nei modi, che ha un suo gergo (De Chiesa, nel recente caso mediatico Magoni-Vlhova) e ama le maniere forti, muovendosi, con i propri atleti, secondo un meccanismo elementare di tipo addestrativo.

Di fatto non è infrequente, accanto a buoni allenatori (ovvero ad allenatori ricettivi), trovare in quel mondo allenatori che abbiano queste caratteristiche, con evidenti difficoltà sul piano relazionale e comunicativo, pur essendo il loro compito, come detto, assai prossimo a quello dell’educatore in senso lato.

A cambiare, nella visione di chi scrive, non sono le logiche educative o formative, ma appunto i contesti applicativi; ragione per cui un allenatore è a tutti gli effetti un educatore e come tale non può esimersi dall’acquisire e rafforzare alcune abilità che d’appresso proveremo a definire.

La formazione, quindi, auto o eterodiretta, è per questa categoria di fondamentale importanza, essendo l’allenatore al crocevia di una molteplicità di soggetti e lavorando con la materia umana, ovvero dovendo egli coltivare un’etica e fare leva sui valori.

Una chiosa conclusiva a questa introduzione va fatta poi sull’utilizzo di alcuni termini caratterizzanti il settore, che andrebbero sottoposti a critica, nel momento in cui si dovesse riconoscere l’attendibilità di quello che andiamo dicendo.

Tra questi, di chiara derivazione militare, il termine addestramento – definito anche in pedagogia ammaestramento (!) – che, pur avendo un senso sul piano dell’acquisizione della disciplina, non richiama nel modo più assoluto il senso del lavoro educativo; evocando, viceversa, una modalità di lavoro che genera automatismi e si avvale di un sistema premio-punizione (si pensi all’addestramento animale, poi utilizzato [sic] con le disabilità cognitive), inficiando però le capacità di problem solving e le autonomie della persona-atleta.

 

 

 “CORE COMPETENCE” 

In genere le core competence – o “competenze distintive” – sono quelle caratteristiche intrinseche e salienti di una professione, piuttosto che di un’organizzazione o di un settore: attitudini, abilità, conoscenze sia specifiche che trasversali.

Nel nostro caso, essendo complesso riferirsi alle competenze distintive dell’intero settore, ci limiteremo ad una specifica categoria, quella degli allenatori di sci alpino; provando a definire, entro e al di là delle competenze e conoscenze specifiche legate alla professione (l’allenatore è a sua volta un ex atleta in genere, e un maestro di sci), quelle competenze caratterizzanti che fanno dell’allenatore un “buon allenatore”.

Le competenze distintive non sono, per se stesse, un vero e proprio know-how, ovvero un insieme specifico di cognizioni  necessarie per svolgere in modo ottimale la professione (il know-how ha in se stesso qualche cosa di statico, che non ci piace attribuire a un lavoro soggetto ad accelerazioni imposte da varie componenti nello sci alpino, nell’evoluzione della tecnica, dei materiali ecc.), anche se per alcuni versi possono essere assimilabili ad esso.

Diciamo che sono un “sottoinsieme” dell’esperienza professionale dell’allenatore, che in maniera trasversale attraversa le sue conoscenze e competenze specifiche (quelle sciistiche legate alle varie specialità) e le qualifica ulteriormente, distinguendo l’operato dell’uno da quello dell’altro.

L’agonismo oggi, nello sci alpino, ha raggiunto livelli prestazionali impressionanti e – come dicevamo – la disciplina è soggetta ad accelerazioni di varia natura, per le quali un atleta vincente in una certa stagione, non necessariamente nella successiva si conferma tale e può bene essere messo in ombra da nuovi entranti, o da altri che hanno trovato soluzioni diverse o affinato dettagli.

Per questo le core competence di un allenatore sono a nostro avviso un fattore determinante nello sci alpino, rappresentando quel “valore aggiunto” che permette all’atleta evoluto, come al giovane atleta, di esprimere al meglio le proprie potenzialità e definire, raggiungendoli, determinati obiettivi.

Il lavoro dell’allenatore è di favorire, attraverso l’esercizio delle sue competenze specifiche e trasversali, l’allineamento della prestazione reale con quella potenziale;  in questo, quindi, egli non si discosta dal lavoro del mental coach, chiamato a sua volta a supportarlo e a collaborare per il perseguimento di un medesimo fine.

Proviamo a questo punto a leggere e definire le competenze distintive dell’allenatore di sci alpino, nel senso fin qui espresso. Ogni allenatore o professionista della neve (immaginiamo di rivolgerci a questo pubblico) saprà poi declinare in modo agevole le voci da noi individuate, riconducendole a momenti specifici del suo lavoro.

Il metodo da noi adottato, a partire dal lavoro sul campo, è quello di portare l’elemento specifico, la singola esperienza, su un piano di generalità, per poi provare – in una fase successiva – a definire proposte formative rivolte a chi svolge il lavoro di allenatore.

Una prima competenza che ci sembra d’individuare è la capacità d’osservazione, che potremmo definire come:

  • Capacità di analisi e attenzione al dettaglio, ovvero come capacità di scomporre un problema, una situazione, un gap tecnico o tattico negli elementi che lo/la compongono.

La capacità di scomporre un problema, necessita, come evidente, della capacità di saper risolvere quel problema, pena una situazione di stallo nel lavoro dell’allenatore e nella crescita dell’atleta; abbiamo, quindi, la:

  • Capacità di problem solving, ovvero la capacità di far fronte all’emergenza con strategie diverse e adattate alla specificità della situazione.

Fare questo comporta spesso, per l’allenatore, cambiare angolo visuale nei confronti della problematica incontrata dall’atleta, di utilizzare una logica non lineare, ma in qualche modo divergente. Ciò significa che il suo modello di riferimento non è e non può essere un modello a razionalità assoluta, ma relativa.

Parliamo allora di:

  • Creatività, di capacità di uscire dagli schemi, dall’ortodossia dei modelli e innovare. Come si dice in inglese: to think out of the box.

A differenza del problem solving, che abbiamo indicato in rapporto all’emergere di un problema, questa competenza non emerge dopo un evento critico. Essa serve invece per migliorare costantemente oggetti e procedure sui piani più svariati, anche quando tutto sembra già funzionare per il meglio.

Se vogliamo, attraverso un pensiero creativo, divergente, l’allenatore anticipa il problema, derivandolo dalla lettura di dettagli espliciti o latenti (v. prima competenza).

Certamente una competenza chiave per l’allenatore è:

  • L’orientamento all’obiettivo e/o al risultato (di performance o di processo), come disposizione ad orientare e sostenere l’atleta nella definizione e nel raggiungimento di obiettivi realistici, ancorché sfidanti. Anche qui, precisiamo, il modello di riferimento non è a razionalità assoluta (da un punto A ad un punto B), ma relativa, nella consapevolezza che nel percorso dell’atleta si danno momenti di stallo, scarti in avanti, ma anche “regressioni”.

Concludiamo questa prima batteria di competenze caratterizzanti enunciando la:

  • Capacità di organizzazione: ossia la capacità di utilizzare al meglio le risorse a disposizione (materiali e immateriali) per il raggiungimento di un obiettivo. In altri termini, è la capacità di pianificare una strategia adeguata per raggiungere un determinato scopo, in modo efficace e possibilmente economico.

Ci sono poi una serie di caratteristiche che non attengono strettamente al lavoro con l’atleta, ma che, pure, ci sentiamo di considerare e che potremmo riferire all’ambito delle relazione interne allo staff di lavoro e a quelle esterne.

L’allenatore, infatti, sia egli inserito in uno sci club che in un gruppo sportivo o in una squadra nazionale, è soggetto ad una serie di scambi professionali che mettono costantemente alla prova le sue abilità comunicative, di gestione dei conflitti, di mediazione.

Ne elenchiamo alcune che ci sembrano fondamentali, sul piano professionale e che non si distanziano da quelle necessarie nell’esercizio di altre professioni:

  • Capacità di leadership, riguarda la capacità di porsi come leader (formale, cioè investito di un ruolo, o informale), assumendosi le giuste responsabilità e aiutando gli altri componenti dello staff a perseguire gli obiettivi in un clima di comunione di intenti.

Indichiamo 2 tipi di leadership: strumentale ed espressiva. La prima riguarda la guida verso il concreto raggiungimento del risultato, individuale e di squadra; la seconda il contenimento (anche emotivo) del gruppo e dei suoi componenti.

  • Capacità di negoziazione: saper negoziare, tenendo in considerazione le nostre istanze e quelle delle varie controparti, è una skills fondamentale per lo staff di lavoro e l’organizzazione. Si può negoziare con i colleghi, i dirigenti, gli allenatori o le figure dirigenziali di altre organizzazioni o sci club.
  • Capacità relazionali ed espressive: sapersi collocare nel contesto nel quale si opera, avendo consapevolezza e controllo delle proprie emozioni e adeguandosi alla situazione specifica, è un’altra delle competenze che mette l’allenatore in relazione positiva ed economica con gli altri. Saper comunicare con le altre persone è in tal senso un elemento di fondamentale importanza, anche e soprattutto sul piano delle energie fisiche e delle risorse mentali.
  • Predisposizione al lavoro di squadra: in un gruppo di lavoro o in una organizzazione gli obiettivi non sono mai del singolo allenatore, ma dell’intero staff. Perciò è bene che si lavori di comune accordo, rispettando ognuno il proprio ruolo e chiedendo/dando aiuto al bisogno, ancorché essere lo sci alpino un sport individuale.
  • Capacità di lavorare in autonomia: in altri casi, tuttavia, è cruciale per l’allenatore saper lavorare senza necessariamente dover far riferimento ad altri e in assenza di supporto. L’autonomia è una competenza molto apprezzata negli staff tecnici, se non espressa in modo accentratore e se adeguatamente modulata.
  • Orientamento all’atleta: ossia la capacità di lavorare realmente per la crescita e l’autonomia dell’atleta, monitorando il nostro ego, i nostri bisogni, le nostre aspettative come persone e come tecnici.

In modo iperbolico possiamo dire che l’allenatore o il coach – nell’ottica appena descritta di orientamento all’atleta – vanno simbolicamente eliminati, al fine dello sviluppo personale e di una crescita cognitivo-emotiva dell’atleta, altrimenti bloccata o comunque inficiata.

Chiudiamo da ultimo con alcune competenze che riguardano l’ambito del Sé, ovvero l’identità dell’allenatore, e che riguardano:

  • Flessibilità e adattabilità: una personalità flessibile e adattabile è una personalità che riesce a misurarsi nelle varie situazioni (tempi, spazi, procedure etc.) senza subirne danno o comunque esserne destabilizzato oltre una certa misura.
  • Tolleranza allo stress: saper lavorare in situazioni di fatica e difficoltà emotiva (frequenti nel lavoro dell’allenatore), riuscendo a rispettare tempi e modi definiti in fase di pianificazione della stagione, ovvero nel corso della stagione stessa o nelle sue fasi conclusive.

Queste macro aree di competenza, come evidente, troveranno poi declinazione specifica in riferimento allo specifico lavorativo dell’allenatore.

Per fare un esempio possiamo immaginare attività di training da un lato (quello comunemente chiamato “addestramento” e da noi sottoposto a critica) e di coaching dall’altro, intesi come estremi di un insieme di metodiche di lavoro entro le quali si danno pressoché infinite variabili: se il training è propriamente un trasferimento delle conoscenze, il coaching è finalizzato ad un aumento delle stesse in chi già possiede capacità e visione (l’atleta evoluto).

Il passaggio da attività e pratiche pre­valentemente strutturate e formali (training), ad altre meno strutturate e formalizzate (coaching), è quindi parte di un continuum che può/deve essere utilizzato dall’allenatore nelle due direzioni e a seconda degli obiettivi. Questo non solo perché è sempre possibile l’utilizzo di nuovi contenuti, ma anche e soprattutto perché se il training ha un orientamen­to più cognitivo, perché “narrativo”, il coaching investe maggiormente la parte emotiva ed è incentrato sul porre domande.

Riprenderemo questo ragionamento e altri aspetti del presente articolo in un prossimo intervento, dove cercheremo di declinare in modo specifico le macro aree di competenza sopra elencate, riconducendo ad esse singole azioni dell’allenatore nella concretezza del suo lavoro secondo una “doppia centratura”, una sul singolo (training o coaching individualizzati), una sul gruppo e la squadra.

Autori:

Claudio Ravetto – Allenatore e Consulente Tecnico di sci alpino

Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Consulente e Trainer educativo in ambiente sportivo

Autore de: L’allenamento mentale nello sci alpino. Prospettive e strumenti dal mondo dell’educazione, BMS, Roma 2020 http://www.bmsitaly.com/prodotto/allenamento-mentale-nello-sci-alpino/