Secondo quanto riporta il Monitoraggio dell’Agenzia italiana del farmaco, durante la prima fase di emergenza Covid-19, la vendita di ansiolitici è aumentata notevolmente, risultando ulteriormente maggiorata nel corso della seconda fase.

Visionando poi nel dettaglio i dati regione per regione, sembrerebbe che proprio le Marche siano una delle prime in Italia con una percentuale di incremento tra le più significative.

Ma che cos’è un ansiolitico?

Il termine ansiolitico, letteralmente, identifica dei medicamenti che sono volti ad attenuare o addirittura cessare uno stato ansioso.

È facilmente ipotizzabile come la situazione emergenziale attuale abbia inevitabilmente portato a percepire stati emozionali e nuove forme di disagio con cui, molto probabilmente, non eravamo abituati a convivere.

Questa emergenza, infatti, non ha avuto ripercussioni solo dal punto vista della salute e del benessere fisico, ma ha comportato evidenti e sempre più pesanti riverberi anche economici e sociali, i quali, a loro volta, hanno inciso significativamente sul piano psicologico di ognuno di noi.

Con la situazione attuale, e quanto più questa si protrarrà, le fragilità, l’equilibrio e la stabilità personale saranno sempre più esposte, coinvolte e toccate da vicino. I più fragili o coloro che sono stati pesantemente travolti dall’ondata di conseguenze collegate a questa pandemia, potrebbero percepirsi schiacciati, compressi e non in grado di affrontare l’intera situazione e tutto ciò che da essa ne deriva. Per paura e timore delle loro sensazioni interne disturbanti, difficoltose da gestire o che incutono una certa dose di timore, alcuni potrebbero essere portati a ricercare qualcuno o qualcosa che, in un qualche modo, possa aiutarli a gestire e sostenere ciò che loro, in autonomia e solo con le proprie forze, sentono o pensano di non saper affrontare.

Potrebbe essere questo il caso di coloro che in queste due fasi emergenziali hanno scelto di ricorrere all’uso di ansiolitici per arginare e confinare il più possibile sensazioni percepite come ingestibili e disagianti e che minano la serenità personale.

L’allontanamento sociale, lo sconvolgimento della routine, il dover sottostare a restrizioni che si riversano inevitabilmente sia sul piano fisico sia mentale, ha portato senza alcun dubbio ad uno stravolgimento di alcune pratiche e abitudini che prima rientravano comunemente sotto il termine di “quotidianità”.

Ciascuno di noi ne ha risentito e ciascuno di noi, con le proprie risorse, con i propri mezzi, con le proprie strategie, sta cercando una soluzione più o meno rapida a tutta questa “novità”, a questa diversità che vive ogni giorno e che, conseguentemente, si riflette anche sul piano interiore e dell’emotività, di quel sentire, che, silenzioso, spesso passa anche troppo inosservato.

Questo aumento notevole della vendita di farmaci, tra i quali appunto gli ansiolitici, consente di compiere una riflessione sul desiderio che sembra agire da spinta propulsiva all’acquisto: voler e “poter” annientare quell’incontrollabile eccessiva attivazione, agitazione e tumulto con un click.

Forse per paura di doversi guardare dentro. Forse perché la stanchezza è tanta.

O forse perché più l’andamento dell’emergenza tende a non mostrare miglioramenti evidenti, più le persone si sentono afflitte, tormentate da questo nuovo dolore, da queste nuove condizioni di arousal emotivo.

Diversi e recenti studi scientifici, presenti in letteratura, ci mostrano come attualmente problemi di ansia e insonnia siano notevolmente aumentati a causa della situazione dovuta al Covid-19.

Una delle conseguenze rilevate è proprio l’aumento di farmaci tesi a contrastare tali problematiche, nella speranza quasi di poterle reprimere nell’immediatezza dell’assunzione.

Ciò che si cerca di attuare sembrerebbe essere infatti il tentativo di eliminare la tristezza, soffocandola.

Eliminare il dolore, l’ansia e le emergenti preoccupazioni, con un semplice gesto: assumere una pasticca.

La paura di guardarsi dentro, il dover convivere con se stessi e con le parti più fragili del proprio Sé, sentire emozioni che non sono familiari, convivere con stati emotivi apparentemente ingiustificati e incontrollabili, sono solo alcune delle cause che inducono le persone a richiedere e a voler trovare una soluzione immediata, una strategia veloce, istantanea e che non richieda ulteriori sforzi o sofferenza.

Un’esigenza decisamente comprensibile e condivisibile se ci si mette nei panni di chi, brancolando nel buio, ricerca qualcosa che gli illumini il cammino, anche solo parzialmente, così da potersi sentire più sicuro e avente il controllo su di sé. Per tranquillizzarsi.

Ma per poter curare il “male” che ciascuno di noi si porta dentro, per poter convivere con tutte le emozioni, anche contrastanti, che si possono provare, per poter gestire il disagio e il dolore causato dall’attuale situazione, non può essere sufficiente assumere un farmaco.

Per una soluzione a lungo termine che sia in grado di aiutare la persona a risentirsi viva, a riprendere fiato e ripartire, ad acquisire nuove sicurezze, a sentire nuovamente una sensazione di equilibrio, benessere e pace interiore, occorre tempo. Tempo, pazienza e forse un pizzico di sofferenza in più per completare quel percorso di lavoro su se stessi, di accettazione e comprensione, unico e vero “pass” di uscita da un profondo stato di disagio.

Ci serve del tempo ed energia mentale, che attualmente non riusciamo a trovare. O, per lo meno, non sappiamo dove trovare. Niente sport, niente uscite con gli amici o cene fuori. Non ci sono sufficienti spazi e possibilità di svago o scarica ed il corpo, così come la mente, inevitabilmente ne risente.

Probabilmente se c’è una cosa che abbiamo compreso è che soli riusciamo starci per un po’. Che forse noi soli, non ci bastiamo più.

Siamo fragili e il primo passo per poter raggiungere un nuovo equilibrio è rendersi conto che da soli non sempre si riesce ad affrontare tutto. Soprattutto subito e nell’immediatezza di quando si decide che qualcosa non va bene, che la vogliamo cambiare, che non la vogliamo più.

E allora cosa dovremmo fare? Probabilmente dovremmo e potremmo indirizzare la nostra energia e i nostri sforzi ad accettare le nostre fragilità. Provare a riconoscere e soprattutto accettare che siamo NOI lo strumento che ci accompagna da e per tutta la vita e che, per questo motivo, prenderci cura di noi, è la prima voce sulla lista delle cose da fare. E per poterci riuscire, dobbiamo accettare prima di tutto di volerci conoscere, di avere in coraggio di entrare in contatto con quelle parti di noi che non ci piacciono, di cui ci vergogniamo, di cui abbiamo paura, per esempio.

Prendersi cura di Sé, sia a livello fisico sia mentale, costituisce una risorsa inestimabile soprattutto in un periodo come questo, connotato da una profonda e condivisa sofferenza, rispetto alla quale ancora non si vede nitidamente la fine. Per questo, affrontarla con coraggio e consapevolezza sicuramente costituirà una preziosa risorsa, un percorso i cui benefici saranno visibili, utili e significativi anche quando questo periodo di emergenza sarà finito. Portiamoci avanti.

Ascoltiamoci. Conosciamoci. Accettiamoci.

Team Ethica