Il nostro centro Ethica | Center è strutturato per dare servizi alla persona a 360 gradi.
Con il concetto di servizio a 360 gradi s’intende un servizio che comprende la medicina, la fisioterapia, le scienze motorie, la psicologia senza escludere mai, essendo forse il pilastro principale, la filosofia.
Il servizio è rivolto ad un ampio e diversificato bacino di utenza, infatti, Ethica offre servizi alle mamme incinta, ai bambini, agli adulti, ma in questo articolo vogliamo mettere l’attenzione sulla terza età.
Per quanto concerne la terza età noi abbiamo costruito un’equipe formata da psicologi, psicoterapeuti, laureati in scienze motorie, quindi personal trainer piuttosto che preparatori fisici, fisioterapista, logopedista, neuropsicologo, neurologo e neuropsichiatra.
La consulenza offerta da Ethica è direzionata in primis alla prevenzione di tutte quelle malattie che vengono classificate come malattie degenerative, sia sotto il profilo più organico, se vogliamo, cardiocircolatorio, oppure dei tessuti, piuttosto che muscolo-scheletrico: dall’osteoporosi alle problematiche cardiache, alle problematiche respiratorie. Nella gestione e prevenzione delle suddette problematiche, Ethica si avvale di uno strumento fondamentale, che è quello dello sport, del movimento e dell’attività motoria integrandolo con quello psichico, psicologico e filosofico adeguato.
Il team Ethica si occupa quindi in primis di prevenzione, adoperando strumenti ben precisi, facendo diagnosi anche tramite l’utilizzo dei test, riuscendo così ad evidenziare preventivamente il momento in cui nei soggetti riferibili alla terza età cominciano a comparire delle problematiche che costituiscono un campanello d’allarme di situazioni degenerative sia sotto il profilo più organico, quindi ripeto cardiaco, respiratorio, muscolo-scheletrico ma anche, forse e soprattutto, sotto il profilo cognitivo.
Quando parliamo di questo tipo di problematica, ci riferiamo a patologie degenerative quali demenza senile e Alzheimer, che un corretto e sano stile di vita può allontanare e rallentare nel suo progredire se non addirittura prevenire.
In diversi casi, come anche ultimamente è accaduto, ci si è trovati ad accogliere pazienti con delle problematiche presunte reali e il lavoro di equipe è stato estremamente proficuo, perché si sono intersecati i consigli, le consulenze e i pareri del dott. Leonardo Badioli, il nostro psichiatra e neurologo, del nostro fisioterapista dott. Marco Primavera, che si sono avvalsi del prezioso supporto dell’insegnante di educazione fisica. Ciò dimostra e conferma che in patologie degenerative, sia per quanto riguarda l’Alzheimer e la demenza, ma anche per altre situazioni come con la SLA e il Parkinson, è possibile e utile coniugare una consulenza farmacologica e medica, con una consulenza e un sostegno psicologico – relazionale. Tutto ciò permette di strutturare una tutela ed una consulenza sotto il profilo anche della salute che comprende anche l’aspetto della nutrizione e del movimento.
Come detto prima infatti, questo lavoro lo facciamo in equipe e oltre alle figure principali che sono il neurologo e psichiatra, il fisioterapista, il neuropsicologo, psicologo e psicoterapeuta, viene a volte affiancata la figura del counselor che si può occupare e dunque sostenere coloro che gravitano attorno al soggetto con problematica che può usufruire anche della consulenza del nutrizionista per organizzare e strutturare piani alimentari specifici e funzionali alla situazione individuale.
Un approfondimento sull’a tematica dell’Alzheimer
DEFINIZIONE
L’Alzheimer, o la malattia di Alzheimer come più propriamente viene definita, è un processo degenerativo
progressivo delle cellule cerebrali, che rende la persona colpita incapace di vivere una vita normale e che arriva a provocarne la morte.
Questa malattia viene catalogata tra le demenze, poiché comporta un deterioramento cognitivo cronico e progressivo. Viene infatti definita anche “demenza di Alzheimer”.
Tra tutte le demenze è quella più diffusa, con una percentuale superiore all’80% % dei casi di demenza e si presenta in prevalenza dopo i 65 anni.
Nel DSM-5 (2013) è definita disturbo neurocognitivo maggiore o lieve dovuto a malattia di Alzheimer.
L’inizio della malattia si annuncia spesso con sintomi, quali la difficoltà di acquisire nuovi ricordi o di ricordare eventi recenti, spesso erroneamente attribuiti all’età o allo stress.
Il progredire della malattia può però portare ad un quadro clinico notevolmente peggiorato, con manifestazioni quali confusione, irritabilità e aggressività, depressione e sbalzi di umore, perdita della memoria a breve e lungo termine, difficoltà nel linguaggio e disfunzioni sensoriali progressive. Gradualmente le capacità mentali basilari vengono perse (Matelli & Umiltà, 2007).
In queste condizioni la persona affetta da Alzheimer tende ad isolarsi dalla famiglia e dalla società perché sino a che ha ancora momenti di lucidità è consapevole del suo stato e ne soffre.
Dal momento della diagnosi, l’aspettativa di vita, nella maggior parte dei casi, varia dai tre ai nove anni.
EPIDEMIOLOGIA
Le persone affette da Alzheimer nel mondo sono oltre 26 milioni (Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, USA). Di questi, la maggior parte sono donne, sia perché la vita media delle donne è maggiore di quella degli uomini, ma anche per una diversa conformazione cerebrale tra uomini e donne.
Come già anticipato, l’incidenza della malattia è legata all’età: salvo rare forme “giovanili” (correlate a fattori genetici) questa patologia è molto rara sotto i 65 anni, ad incidenza crescente con il progredire dell’età e significativamente diffusa oltre i 75 anni.
Dati più precisi dicono che si ha:
– il 7% dei casi tra 65 e 74 anni;
– il 53% dei casi tra 75 e 84 anni;
– il 40% dei casi dopo gli 85 anni.
In Italia questa patologia colpisce circa il 5% delle persone oltre i 60 anni con circa 500.000 ammalati (Istituto Superiore Sanità).
CAUSA
Nonostante molti studi e ricerche la causa prima della malattia di Alzheimer è ancora sconosciuta.
Le ricerche mostrano che la malattia è strettamente legata ad un anormale accumulo di proteine dentro e intorno alle cellule cerebrali. Una delle proteine coinvolte è chiamata amiloide, i cui depositi formano placche attorno alle cellule cerebrali. L’altra proteina è chiamata tau, i cui depositi formano grovigli all’interno delle cellule cerebrali.
Non è però ancora noto ciò che provoca questo processo di accumulo (Bear et al., 2016).
TRATTAMENTO
Per l’identificazione di un possibile trattamento per l’Alzheimer a tutt’oggi sono stati condotti oltre 500 studi clinici ma ancora non esistono trattamenti che ne arrestino o invertano il decorso.
A livello farmacologico esistono dei farmaci “sintomatici” (cioè finalizzati all’attenuazione delle manifestazioni cliniche della malattia). Si possono distinguere in farmaci per la malattia di Alzheimer (farmaci antiamiloide e contro alcuni enzimi) e farmaci per i disturbi del comportamento.
Attualmente, i trattamenti terapeutici utilizzati offrono piccoli benefici sintomatici e possono parzialmente rallentare il decorso della patologia (Bear et al., 2016).
Inoltre, una moderata attività fisica e motoria ha effetti positivi soprattutto nelle fasi intermedie della malattia, sul tono dell’umore, sul benessere fisico e sulla regolarizzazione dei disturbi comportamentali, del sonno e alimentari.
DIAGNOSI
Non esiste un singolo test diagnostico per la malattia di Alzheimer e non è possibile neppure diagnosticare la malattia quando ancora nessun disturbo di memoria o cognitivo si è manifestato.
Diversi esami clinici e strumentali possono però aiutare nella diagnosi, la quale è il risultato di un attento esame clinico della persona, effettuato attraverso una dettagliata raccolta delle informazioni anamnestiche, un esame neurologico, la somministrazione di test cognitivi, esami del sangue (per escludere altre possibili cause dei sintomi), l’effettuazione di specifici esami di neuro-immagine (tomografia computerizzata (TC), risonanza magnetica (MRI), tomografia a emissione di fotone singolo (SPECT), tomografia ad emissione di positroni (PET cerebrale)) (Alzheimer’s Association).
Per la diagnostica nei casi di Alzheimer vengono utilizzati diversi test di screening neuropsicologico (ad esempio il Mini Mental State Examination (MMSE)) per valutare diverse funzioni e competenze cognitive, come, ad esempio, il saper copiare disegni mostrati in alcune immagini, ricordare parole, leggere e sottrarre numeri in serie.
Per una diagnosi definitiva è però necessaria la biopsia del tessuto cerebrale (Centro Alzheimer, n.d.).
PREVENZIONE
La non conoscenza dei meccanismi alla base della malattia, rende difficile indicare regole condivise per la prevenzione. Diversi studi però, fanno capire che circa un terzo dei casi di Alzheimer può essere attribuito a fattori di rischio modificabili, che potrebbero portare a una riduzione dei casi di malattia o comunque a ritardarne l’esordio. Quindi, il rischio di Alzheimer non è tutto e solo scritto nel patrimonio genetico ma, al contrario, le singole persone possono fare molto per proteggersi e che hanno un ruolo e una responsabilità sullo sviluppo della malattia. Studi scientifici recenti si sono concentrati su questa area di indagine, individuando alcuni interventi che possono migliorare la salute cognitiva e cerebrale degli anziani, quali (Alzheimer’s Association):
- fare esercizio fisico regolarmente
attività aerobica, come corsa, camminata veloce, bicicletta, ma anche ballo amatoriale, tai-chi e arti marziali
- smettere di fumare
chi fuma ha un più alto rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer in quanto le sigarette aumentano lo stress ossidativo delle cellule e favoriscono la comparsa di problemi alla circolazione
- avere cura del proprio cuore
obesità, ipertensione e diabete, consumo eccessivo di alcol, fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e l’ictus, sono anche fattori di rischio per lo sviluppo dell’Alzheimer
- dieta equilibrata
la dieta mediterranea si è dimostrata efficace nel ridurre il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Limitare carne rossa, salumi, insaccati e dolci ed abbondare, giornalmente, in frutta e verdura (meglio se di stagione), pane, pasta e cereali (meglio se integrali), olio di oliva, cipolla
- allenare la mente
le attività cognitive di alto livello ( leggere un libro o un giornale, fare un cruciverba, giocare a carte o dama, visitare un museo o una mostra) favoriscono i meccanismi di plasticità cerebrale
- mantenere una rete sociale
partecipare ad attività sociali e ricreative e mantenere giornalmente rapporti con altre persone, migliora la qualità della vita ed è associato ad un minore rischio di demenza.
Ad esempio, un recente studio pubblicato su JAMA (Journal of the American Medical Association) e presentato alla Los Angeles all’Alzheimer’s Association International Conference 2019, suggerisce che il rischio genetico di demenza si può fortemente ridurre con uno stile di vita sano, inteso come dieta sana, attività fisica regolare, consumo moderato di alcol e astensione dal fumo (Lourida et al., 2019).
In questo studio gli scienziati hanno analizzato un gruppo di 196.383 adulti europei over 60 di cui 1.769 con demenza, seguendoli per otto anni. I soggetti riconosciuti predisposti a demenza sono stati suddivisi in tre gruppi, a seconda del rischio genetico di demenza. Successivamente, gli scienziati hanno definito lo stile di vita dei soggetti (sulla base dei dati auto-riferiti su dieta, attività fisica, fumo e consumo di alcol) suddividendo i soggetti in tre gruppi.
Lo studio ha individuato che il rischio di demenza è del 32 per cento inferiore nelle persone che, a fronte di un elevato rischio genetico, abbiano adottato un sano stile di vita (come definito sopra), rispetto a chi invece non aveva fatto questa scelta. Al contrario, chi presenta un elevato rischio genetico e conduce uno stile di vita poco sano presenta un rischio triplicato di sviluppare demenza rispetto ai ‘virtuosi’. I risultati di questa analisi dimostrano quindi che vivere in maniera salutare riduce il rischio di demenza in tutte le categorie di rischio genetico.
Sono anche stati compiuti numerosi studi sul legame tra Alzheimer e attività fisica ed è emerso un risultato comune a tutti: fare esercizio fisico moderato, quotidiano, protegge il cervello dalla malattia in persone con alto rischio genetico e, inoltre, l’attività fisica moderata può rallentarne la progressione.
Uno studio condotto da ricercatori dell’università del Wisconsin e pubblicato dal Journal of Alzheimer’s Disease, ha esaminato persone di mezza età con precedenti familiari legati all’Alzheimer (ma ancora senza sintomi), ed ha evidenziato, tramite tecniche di imaging funzionale, che l’attività fisica migliora il metabolismo del glucosio. In particolare, le persone che svolgevano esercizio moderato per almeno 68 minuti al giorno sono risultate avere un migliore metabolismo del glucosio proprio in corrispondenza delle aree cerebrali più affette dall’Alzheimer.
Un ulteriore studio, guidato dal Beth Israel Deaconess Medical Center a Boston, rivela qual è la quantità di tempo necessaria da dedicare all’attività fisica per avere benefici tangibili. I risultati dello studio sono pubblicati su Neurology Clinical Practice (Gomes-Osman et al., 2018).
Per capire quanta e quale attività svolgere i ricercatori hanno esaminato 4.600 trial clinici, selezionandone 98 che includevano più di 11mila persone over 65, sia in perfetta salute sia con deboli segni di declino cognitivo. Sono stati poi studiati il tipo di esercizio fisico, la durata di una sessione, la frequenza e le ore totali, mettendole in relazione con il miglioramento delle competenze legate a memoria, linguaggio, pensiero critico e orientamento spaziale e temporale. È emerso che le attività fisiche di tipo aerobico (camminata, corsa, bicicletta, esercizi che coinvolgono corpo e mente come lo yoga e il tai chi) possono portare significativi benefici quali un aumento dell’attenzione e della velocità dei processi legati alle abilità intellettive, e questo sia nei partecipanti sani che in quelli con un deterioramento cognitivo lieve (mild cognitive impairment).
La durata ideale dell’esercizio fisico è stata misurata, a livello statistico, in 52 ore in un periodo di sei mesi, circa due ore di attività fisica a settimana. Un tempo simile a quello raccomandato dalle linee guida internazionali, che indicano di fare moto per 150 minuti a settimana, circa 30 minuti al giorno.
Ora gli esperti stanno studiando per capire in che modo l’esercizio fisico protegge il cervello. Dai loro studi in laboratorio emerge che nei topi l’esercizio aerobico, oltre a ridurre il rischio cardiovascolare – che è collegato alla formazione di placche amiloidee e allo sviluppo di Alzheimer e demenze – migliora la plasticità dell’ippocampo, un’area cerebrale fondamentale per la memoria, e aumenta la memoria spaziale.
Inoltre, un team del Dipartimento di Cardiologia dell’Hartford Hospital di Hartford, nel Connecticut, ha esaminato i benefici cognitivi dell’esercizio fisico in modo molto approfondito. Ne è emerso che gli anziani che fanno qualunque tipo di esercizio dimostrano una funzione cognitiva migliore di quelli che non praticano nulla, supportando quindi le linee guida dell’OMS per l’attività fisica. Ma hanno anche notato che la funzione cognitiva, in coloro che praticavano solo attività aerobica era tre volte migliore di quella degli anziani che facevano una combinazione di esercizi aerobici e esercizi di potenziamento muscolare (Wu et al., 2018).
Abbiamo visto come sia ormai accertato che l’attività fisica di tipo aerobico, svolta con costanza per almeno due ore a settimana, aiuta a prevenire l’Alzheimer e a rallentarne la progressione. Perché proprio l’esercizio aerobico? Perché questo genere di attività aiuta a preservare le strutture corticali e sottocorticali, mentre la stimolazione delle capacità mentali ne garantiscono la corretta funzionalità. Inoltre, l’attività aerobica stimola la produzione dell‘Irsina, noto come ormone dello sport, una sostanza che sembra avere la capacità di proteggere il cervello dalla demenza e che i ricercatori stanno studiando per inserirla in nuove terapie farmacologiche. È possibile sostenere che la sinergia tra attività fisica e mentale sia un’ottima strategia non farmacologica per la prevenzione e la cura della demenza (Cheng, 2016).
Una buona quantità di attività fisica, spiega il neurologo Camillo Marra, professore della Clinica della Memoria presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma, aiuta a prevenire forme di demenza: “Movimento, dieta e salute cardiovascolare sono i tre cardini su cui possiamo intervenire per prevenire l’esordio di una forma di demenza. L’attività fisica è uno strumento molto potente, come dimostrano evidenze prodotte nel Nord Europa: in persone con un familiare affetto da demenza, praticare un esercizio costante e mediamente intenso azzerava l’aumento del rischio collegato alla familiarità”.
L’ideale, secondo l’esperto, è svolgere 50 minuti di attività fisica almeno due o tre volte alla settimana, dalla camminata (veloce, non una passeggiata lenta) alla corsa, dal nuoto al cardiofitness. “Per i più anziani – aggiunge Marra – può essere più indicato un movimento fisico non troppo intenso, come ad esempio la cyclette o il tapis roulant, che possono essere regolati rispetto alla velocità o all’intensità”.
Anche la fisioterapia può essere importante per un malato di Alzheimer. Ecco cosa dice il dottor Fabrizio Cacopardo, fisioterapista:
“La fisioterapia ricopre molteplici funzioni, come stimolare e mantenere la mobilità e l’autonomia e ridurre il rischio di cadere. Ovviamente non esiste un percorso universale da seguire, ma ci sono dei programmi che vanno adatti al paziente in base al grado di demenza e alla salute cardiovascolare. Si svolgono principalmente esercizi a corpo libero per rinforzare la muscolatura degli arti inferiori, dando così maggiore stabilità al malato, e degli arti superiori, per migliorare la coordinazione. Talvolta si utilizzano palle mediche, come le over ball”.
La fisioterapia può avere anche scopo preventivo. Infatti, continua l’esperto fisioterapista, “Deve esserci una diagnosi medica che indichi la predisposizione alla malattia e in base a questa il fisioterapista può elaborare un percorso di lavoro. Ovviamente, si consiglia anche la pratica di attività fisica, che deve essere a bassa intensità ma svolta con molta costanza”
In un soggetto affetto da Alzheimer può presentarsi anche la disfagia (difficoltà a deglutire). È una complicanza che solitamente si presenta tardivamente e contribuisce al declino funzionale poiché comporta disidratazione e perdita di peso (Alagiakrishnan et al., 2012). Nel trattamento di questa specifica problematica, la figura del logopedista è fondamentale perché offre al paziente un percorso riabilitativo al quale sono tenuti a partecipare attivamente i familiari per garantire un miglior outcome possibile.
Quindi, come detto all’inizio, è molto importante un lavoro di squadra dove i vari professionisti operano e si adoperano per questo tipo di situazione, in maniera cooperativa e condivisa al fine di “abbracciare” le problematiche della persona a 360 gradi.
Team Ethica



