Un frammento dell’intervento del Dott. Sammy Marcantognini all’interno del seminario “La consulenza filosofica. Realtà e prospettive” che si è svolto presso l’Università degli studi di Urbino Carlo Bo.

Nella prospettiva logosomatica, la fatica può essere intesa come un’esperienza liminale, un contatto diretto con il confine della morte simbolica. La fatica non è soltanto uno sforzo fisico o psicologico, ma un atto conoscitivo, un’esperienza in cui la persona incontra la propria finitudine e ne trae consapevolezza.

Quando le persone scelgono di sottrarsi alla fatica, compiono in realtà un gesto di consegna alla morte, intesa non come evento biologico ma come perdita di contatto con la propria vitalità e con il senso dell’esistenza. Non affrontare la fatica significa non sfidare la morte, equivale a sottrarsi al dialogo essa. Tuttavia, non tentare di “andarle incontro”, significa anche perdere la possibilità di conoscerla e riconoscerla come parte della vita.

L’accostamento tra lavoro e fatica appare, in questa ottica, profondamente simbolico. Entrambi i termini rimandano a un processo di morte e rinascita, nel quale l’individuo si misura con i propri limiti per generare qualcosa che lo trascende. Il lavoro non è riducibile a un mero sforzo produttivo o funzionale: esso è piuttosto un gesto attraverso il quale la persona inscrive la propria presenza nel mondo.

In tal senso, la fatica diventa un luogo in cui vita e morte cessano di essere poli opposti per divenire parti di un medesimo movimento . Accogliere la fatica significa comprendere la condizione stessa della propria umanità.