“E’ necessario sapere se un individuo continuerà ad andare avanti anche quando la situazione diventerà frustante. La mia impressione è che, dato un determinato livello di intelligenza, il reale successo di un individuo sia funzione non solo del talento, ma anche della capacità di sopportare la sconfitta.” Goleman

Il mio insegnamento non è ne’ un dogma, ne’ una dottrina, anche se alcuni lo considerano tale. Devo affermare che e’ un metodo per sperimentare la realtà e non la realtà in se stessa, allo stesso modo in cui il dito che indica la luna non è la luna. Una persona intelligente usa il suo dito solo per indicare la luna.               

“Colui che non guarda che al dito, e lo confonde con la luna, non potrà mai vedere la vera luna. Il mio insegnamento è un mezzo pratico che non si deve venerare. E’ una zattera che permette di attraversare il fiume. Solo un pazzo si preoccuperebbe dell’imbarcazione, una volta giunto sull’altra riva, quella della liberazione.” Siddarta

Credo che con il termine “allenamento” io riesca a rappresentare e materializzare in maniera efficace le idee che vorrei esprimere in questo articolo. Per allenamento si intende una pratica continua di azioni ripetute nel tempo che permettono al soggetto di essere preparato in determinate situazioni che dovrà affrontare. Allenarsi significa organizzarsi ad imparare comportamenti e atteggiamenti che l’atleta può rimettere in atto in altre situazioni…… ci siamo allenati bene quando saremo in grado di reagire in maniera strutturata ed organizzata alla difficoltà. Il calciatore si allena a controllare e calciare la palla, a correre, saltare….. cosicché in partita saprà meglio superare le difficoltà che sicuramente e normalmente arriveranno (avversari, campo, stanchezza…..) ed anche gli imprevisti (cambi di ruolo, infortuni…..). L’atleta si allena fisicamente, tecnicamente e mentalmente affinché le difficoltà che arriveranno in gara non siano troppo grandi ed imprevedibili da non poter essere superate. Questa è la stessa cosa che dovrebbero fare i nostri ragazzi per affrontare la loro gara che è la vita. Intendo dire un allenamento graduale a superare difficoltà, cadere in piccoli fallimenti, imparare a rialzarsi, imparare a lottare…… Quindi una pratica continua di allenamento al superamento delle frustrazioni provocate dalle difficoltà della vita. Le generazioni passate, quale anche la mia, hanno avuto la fortuna di potersi formare ed allenare in questo senso grazie al contesto. Si uso proprio questo termine perché è stato proprio l’ambiente e il contesto dei nostri giochi che fungevano da “palestra” dove quasi tutti noi ci siamo allenati a conoscere, tollerare e superare le difficoltà. Chi di noi non ha giocato per ore a calcio nella strada e a maniche corte anche a gennaio perché le maglie servivano per fare le porte, con la palla un po’ vecchia che rimbalzava a suo piacere sulle buche o sui ceppi d’erba e con le pause che erano scandite dal transito di una bicicletta o di una macchina. Nessuno organizzava il gioco, nessuno decideva le squadre, “se vuoi giocare queste sono le regole”. Quante volte abbiamo giocato a pallavolo sul giardinetto con la rete che era il filo dei panni della nostra mamma. Quante volte siamo caduti dalla bici e quante ore abbiamo giocato fuori in tutte le stagioni e siamo ritornati stanchi e sporchi a casa.

Con questo non voglio cadere in stereotipi legati al passato il quale era meglio del presente, ma i bambini di oggi non hanno purtroppo più questo privilegio per una svariata serie di motivi. Cementificazione, molta televisione, molto computer, videogiochi. Il corpo non è più protagonista delle proprie esperienze, sostituito spesso da non più di 4 dita sulla consolle della play station.

Quando lavoro con i bambini molto spesso mi capita di lasciarli liberi dandogli un compito di organizzarsi da soli per giocare a quello che vogliono e purtroppo altrettanto spesso mi capita che rimangono in piedi senza fare niente finché non dirigo io il gioco. Non sono allenati ad organizzarsi, ad ascoltare e coordinarsi con gli altri perché la loro dimensione di gioco è quella individuale non più in relazione con la palla, ma con il joystick.

Anche nelle attività di educazione motoria e sportiva, quando le difficoltà arrivano, troppo spesso una grande percentuale di bambini tende a rinunciare o meglio ad abbandonare.

Alcune volte gli adolescenti abbandonano i loro percorsi scolastici, sportivi o altro perché non in grado di gestire il fallimento e purtroppo spesso questo fallimento coincide con un’azione o meglio un’aggressività rivolta verso se stessi. Non si sono allenati gradualmente nel passato e le difficoltà arriveranno inevitabilmente nella vita e forse le prime saranno già troppo grandi per essere affrontate.

“L’impatto con l’inatteso e l’incerto a piccole dosi è un esercizio utilissimo per i bambini. Quando l’incontro del bambino con l’incertezza avviene sotto la guida dei genitori che, per quanto affettuosi, non si precipitano a prendere in braccio il figlio e a consolarlo in ogni minimo turbamento, il bambino impara a controllare da sé queste situazioni.” Kagan

Educazione, dal latino ex-ducere, ovvero tirare fuori. L’etimologia della parola educazione ci indica che è un processo di attesa e di stimolo affinché dall’allievo arrivino degli atteggiamenti e delle azioni e non una modalità di riempire un recipiente vuoto.

Prima di iniziare a parlare dell’argomento ci sono dei concetti importanti che vanno un po’ approfonditi, in quanto aspetti fondamentali nello sviluppo dell’essere umano.

Il primo concetto è quello dell’autostima. La parola stessa lo dice, e cioè l’autostima è il giudizio, la considerazione, la stima che ognuno attribuisce a se stesso. L’essere umano è molto abile a sovrastimarsi, ma molto spesso anche a sottostimarsi. Quindi l’autostima a volte non corrisponde all’esatto valore oggettivo dell’individuo, ma è una valutazione soggettiva che ognuno fa di se stesso. Il secondo concetto è quello dell’autoefficacia. Tale concetto riguarda le convinzioni dell’individuo riguardo le proprie capacità di eseguire un certo numero di azioni necessario a raggiungere un risultato desiderato. Praticamente l’autoefficacia si esprime nelle convinzioni che l’individuo ha riguardo alle proprie capacità di poter o non poter fare qualcosa, di poter controllare con efficacia determinate prove. Tutti due i concetti danno sostanza ad un modo di essere ed esistere che ha delle basi innate nel DNA dell’individuo, ma è fortemente influenzato dai rapporti sociali e dalle relazioni che l’individuo stesso vive durante la propria esistenza. Quindi non si tratta di una disposizione a priori, ma di un’organizzazione affettivo-cognitiva che si sviluppa e struttura nel corso della crescita. E’ scontato dire che i rapporti con i genitori e con le figure che provvedono all’educazione della persona risultano determinanti. Maslow ci insegna che i bisogni fondamentali dell’uomo dopo quelli fisiologici (mangiare, dormire,….) sono il bisogno di sicurezzaappartenenzastima e autorealizzazione. Proprio il bisogno di autorealizzarsi è quella forza che spinge il genere umano a creare e a migliorarsi. Il bisogno di autorealizzazione non è altro che la necessità di essere tutto ciò che si è in grado di essere, include vere e proprie motivazioni di crescita.

Ecco che allora inserisco il concetto di insuccesso. Affinché nel bambino autostima e autoefficacia si sviluppino nella maniera migliore e possano essere la struttura portante della personalità è importante trasmettere amore, affetto, contatto, ma nello stesso momento è fondamentale “allenare” il bambino all’insuccesso somministrato a piccole dosi. In pratica significa che genitori, insegnanti, educatori, allenatori devono provvedere che i nostri ragazzi nelle loro esperienze e attività possano incontrare ogni tanto degli ostacoli che mettano alla prova la loro capacità di reagire, di trovare strategie per superarli e di tollerare la frustrazione. Come dice Kagan “l’impatto con l’inatteso e l’incerto a piccole dosi è un esercizio utilissimo per i bambini

Il riuscire in tutti i compiti solo apparentemente accresce l’autostima, perché al primo insuccesso che prima o poi sarà inevitabile, il bambino non possiederà il giusto livello di “allenamento” per affrontare questo nuovo “senso del Sé”(delusione). Purtroppo il collegamento con la cronaca attuale diventa obbligato. Sempre più spesso si sente parlare di adolescenti che si suicidano per non essere riusciti a tollerare una frustrazione come quella della bocciatura, e di una delusione amorosa. Questi accadimenti risultano essere dei fallimenti troppo grandi rispetto al grado di allenamento posseduto dall’individuo e quindi non tollerabili.

Questo allenamento può iniziare molto presto, nella culla, i primi giorni di vita. Molto spesso quando ho dei corsi con le mamme di neonati faccio delle riflessioni riguardo al pianto del bambino. Comincio con l’illustrare le molteplici funzioni del pianto tra le quali le quali il bisogno di contatto fisico, ma anche l’imparare a respirare, e cioè il nuovo arrivato sta iniziando a migliorare l’utilizzo dell’apparato respiratorio a partire dai polmoni fino alla laringe e alla bocca. Inoltre si sta anche allenando all’utilizzo delle corde vocali, cioè migliora modulazione e intensità della voce. Vi sono altre funzioni, tra le quali qualche volta il bambino piange perché ha dei dolori o ha semplicemente bisogno di nutrirsi. Se sistematicamente la madre, ogni volta che il neonato piange, accorre in maniera ansiosa a prenderlo in braccio senza procedere all’ascolto e all’attesa, agisce in due direzioni: la prima impedisce che il bambino sviluppi il suo naturale percorso di miglioramento delle funzioni sopra descritte, secondo, non gli permette di iniziare ad allenarsi alla frustrazione. La mamma può affinare il suo orecchio in maniera infallibile in modo da riconoscere i diversi tipi di pianto e deve permettere al bambino di potersi addestrare al proprio respiro e al proprio vocalizzare e saltuariamente deve anche permettergli di allenarsi a tollerare per qualche minuto la frustrazione di desiderare un contatto e non averlo. Questi credo siano gesti di affetto. Molto più spesso però vedo mamme che mi raccontano di non essere riuscite alle sei del pomeriggio neanche a lavarsi il proprio viso per accudire il bambino. Forse non si è pensato tanto alle necessità del bambino quanto piuttosto a sistemare le proprie tensioni. Quante volte le mamme mi ripetono “appena piange corro perché non sopporto di sentirlo soffrire”.  Molto spesso questo è il punto di vista della mamma. Tantissimo in questo caso è importante il concetto di “empatia” e cioè di entrare nel punto di vista del bambino e cercare di interpretare le sue azioni. Molto spesso i genitori di oggi hanno equiparato l’amore alla virtù, pensando che ogni loro premura sia puramente ed esclusivamente per il bambino, mentre sovente diventa un gesto di autointeresse, così mi sento a posto con me stesso e spengo le mie tensioni e paure.

Ci sono dei segnali che fin da piccoli ci mostrano i bambini che non hanno fatto un buon allenamento all’insuccesso. I segnali sono svariati e diversi da individuo a individuo. A volte il nostro bambino potrebbe avere difficoltà a giocare con gli altri e lo ritroviamo seduto mentre gli amici si divertono e ci dirà “non ho voglia”, “non mi va”. Quindi un sentimento di abbandono nei confronti delle attività e dei giochi. Altre volte ci confiderà dei sentimenti di inferiorità con frasi un po’ velate del tipo “non mi piace” “io faccio un altro gioco”….. Il bambino non allenato all’insuccesso avrà spesso sensazioni di disagio, inadeguatezza. Un altro sintomo e quello dell’attribuzione causale esterna.  Cioè il nostro ragazzo tenderà ad individuare cause esterne a se stesso per i suoi successi ed insuccessi. In pratica quando realizzerà qualcosa ci dirà che è stato merito della fortuna, o dei compagni, mentre quando fallirà sarà colpa del vento, degli altri, di chi doveva spiegargli il gioco. Questa comunicazione dimostra chiaramente un non controllo delle situazioni e di se stesso nei contesti. Qualche volte ci diranno anche “non sono capace” “non ci riesco” e cioè avranno “un’attribuzione causale interna”, ricercando in se stessi le cause delle azioni. Quest’ultima è una situazione che ci mostra fragilità e difficoltà, ma sicuramente presenta delle valenze positive, perché dimostra l’intenzione del bambino di essere aiutato e soprattutto si tratta di trasformare più semplicemente il suo modo di pensare da negativo a positivo. Nell’altro caso le cose sono più complicate per il totale non controllo delle proprie capacità del bambino.

A questo punto vorrei parlare del concetto di frustrazione, aspetto centrale dell’argomentazione. La frustrazione è lo stato psicologico risultante da un mancato soddisfacimento di un bisogno o di una volontà. Quindi quando vogliamo qualcosa e non possiamo o non ci riusciamo nasce questo stato psicologico. In questo terzo millennio a volte nascono e crescono individui che debbono aspettare l’adolescenza per “assaggiare” questo stato psicologico. E’ superfluo far notare che è assai tardi e l’adolescente rischia di andare incontro ad un carico di frustrazione troppo elevato che giunge in maniera troppo improvvisa. L’allenamento all’insuccesso prevede che quantitativi di frustrazione piccoli comincino ad arrivare molto presto, in maniera graduale e con il sostegno dell’adulto. Parlo quindi di un livello salutare di frustrazione in età evolutiva.

Il gioco stesso prevede livelli salutari di frustrazione. Per gioco intendo quello spontaneo dei bambini, e il gioco sportivo. Il gioco quasi sempre prevede attività e compiti di una certa difficoltà che comportano il rispetto di alcuni parametri per esempio quelli di spazio e tempo. Il gioco impone il rispetto delle regole, il rispetto dei compagni e il rispetto di un eventuale educatore. Tutti questi aspetti comportano quella giusta attivazione della frustrazione indispensabile alla giusta crescita. Ritengo fondamentale che i bambini giochino, giochino con gli altri e facciano sport individuale e di squadra. Se i nostri ragazzi faranno un attività sportiva è importante che saltuariamente perdano. Un adeguato numero di sconfitte fin da piccoli produce quel giusto livello di allenamento alla frustrazione. Se una squadra di pallavolo o di calcio vince sempre o troppo spesso è fondamentale inserirla in un campionato di livello più alto dove abbiano la possibilità di perdere. Questa affermazione è sostenuta da diverse motivazioni. La prima è se vogliamo anche di tipo metodologico e cioè che non vi è possibilità di crescita dei giocatori se il livello degli avversari non è adeguato, perché vi sarà un calo della motivazione, la velocità della palla sarà più bassa, i giocatori si automatizzeranno delle azioni tecnico-tattiche in rapporto al livello di gioco. Le altri motivazioni sono di ordine pedagogico e cioè: I giovani si abituano allo standard del vincere e del fatto che le difficoltà non esistono e che gli altri sono sempre meno bravi di noi……ma questa non è la realtà!! La vita reale di tutti i giorni propone altri contesti……quindi quando perderanno?? Inoltre non si abituano a fallire, non si allenano all’insuccesso, non mettono in discussione i loro mezzi e qualità, non mettono in discussione loro stessi!!!! E quando perderanno nella vita????

Abbiamo già visto che possiamo allenare i nostri fanciulli ad ascoltare e tollerare la frustrazione già nella culla o spontaneamente con i loro modi di giocare. Vediamo altri piccoli-grandi contesti dove è possibile lavorare su questi aspetti.

Un esempio sono i comportamenti alimentari e potremmo fare queste valutazioni: il nostro fanciullo quando è seduto a tavola mangia fino quando ha fame? Oppure fino a quando gli porgiamo del cibo? Interveniamo spesso con frasi: “Vuoi questo?” “Vuoi quello?” “Dai mangia questo?” “Dai prendine ancora un pò?” Concediamo al nostro ragazzo di mangiare quello che vuole un’ora prima del pasto tanto che non mangerà più niente a tavola? L’organismo organizza il proprio comportamento ed il proprio atteggiamento riguardo al mangiare e al bere in base ai comportamenti alimentari che il soggetto ha tenuto nell’infanzia. Praticamente con il nostro modo di alimentarci educhiamo e condizioniamo ogni organismo al suo sano o malsano funzionamento. L’organismo impara in base al senso di fame o sete, vacuità o pienezza dello stomaco, masticazione…. Io credo che in questo terzo millennio esistano numerosissimi giovani cresciuti senza aver mai sentito il senso della fame perché ingozzati nel vero senso del termine dagli adulti, quindi non allenati a tollerare la frustrazione provocata dal senso della fame. E’ evidente che i centri neurali deputati a regolare i comportamenti alimentari non lavorano come dovrebbero ed inviano segnali non corretti con tutte le conseguenze. Non vorrei spingermi troppo avanti ma anoressia, bulimia, obesità sono proprio le patologie di questo inizio del terzo millennio.

Con i comportamenti sonno-veglia si possono fare le stesse riflessioni. Come dorme il nostro bambino? Si avvicina ai ritmi giorno-notte o è sfasato? Cerchiamo di addormentarlo spesso durante il giorno anche se non ha sonno cullandolo ripetutamente? Mi capita spesso di vedere giovani genitori che nel pieno del giorno, nonostante il neonato abbia due occhi come dei fanali iniziano a scuotere la culla in maniera forsennata perché è “l’ora di dormire”. Il punto di vista del bambino viene troppo spesso calpestato. Un altro comportamento che ritengo deleterio è quello che trovo in parecchie scuole dell’infanzia dove i più piccoli, subito dopo pranzo, vengono forzatamente messi a dormire. Perché?

La stessa cosa vale per i comportamenti caldo-freddo. Il nostro ragazzo tiene i vestiti quando sente di avere freddo o quando noi glielo abbiamo imposto? Mi capita spesso, quando lavoro con i più piccoli nelle società di calcio, che arrivano i bambini con 2 giubbotti, sciarpa e cappello di lana e la prima cosa che mi dicono appena mettono piede in campo “ha detto la mamma che non devo sudare!” Noi adulti lo stiamo vestendo ascoltando il suo punto di vista e cioè come si sente, che esigenze ha, oppure valutiamo solo il nostro dei punti di vista? Il nostro ragazzo ha mai sentito un po’ di freddo o ha sempre patito il caldo?

Affinché il bambino rimanga ad un livello salutare di frustrazione devono essere rispettati in linea generale almeno tra punti:

  • La frustrazione non deve essere troppo intensa
  • La frustrazione non deve essere protratta troppo a lungo nel tempo
  • La frustrazione non deve essere imposta unicamente da comportamenti, atteggiamenti, credenze degli adulti senza valutare il punto di vista del bambino.

Perché la frustrazione è importante e perché un livello salutare è giusto che ci sia nella crescita del bambino? Un giusto livello di frustrazione produce energia psichica, e cioè attiva un quantitativo di energia che permette all’individuo di poter compiere delle nuove azioni e di andare verso le difficoltà. A questo punto userò un termine un po’ bistrattato negli ultimi anni, ma che invece ritengo, se correttamente interpretato, di primaria importanza, e cioè il concetto di aggressività salutare. L’energia psichica in quantità equilibrata produce aggressività in quantità equilibrata fondamentale per lo sviluppo. L’aggressività non è altro quell’energia che permette all’individuo di andare verso il problema, verso la difficoltà, verso l’ostacolo. La parola aggressività ha la radice etimologica nel latino e cioè ad (verso) gradi (camminare). Quindi il termine aggressività indica la possibilità di affrontare il problema e viene stimolata da quel giusto livello di frustrazione provocato da un insuccesso a piccole dosi superato anche grazie alla “mano” dell’adulto. In questo senso parlo di “allenamento all’insuccesso”: un piccolo insuccesso provoca un livello salutare di frustrazione che stimola un giusto grado di aggressività, ingrediente fondamentale nell’affrontare le successive difficoltà. Quando il fallimento giunge troppo tardi nel percorso di sviluppo del bambino, e giunge all’improvviso, con intensità elevata e senza il sostegno dell’adulto, il livello di frustrazione è troppo elevato e lo sarà anche l’aggressività. In questo caso l’aggressività diventa troppa e negativa e si trasferirà non più verso le difficoltà come energia positiva, ma verso gli altri, verso gli oggetti o peggio verso se stesso come energia negativa.

Nell’affrontare lo sforzo della nascita, in particolare l’ipossia (carenza di ossigeno), l’organismo fetale viene infatti indotto a produrre livelli insolitamente elevati di ormoni dello stress che gli consentono una importante protezione dalle situazioni sfavorevoli.” Lagercrantz Slotkin

“L’aggressività risulta dal flusso di eccitazione che percorre il sistema muscolare, specialmente i grossi muscoli della schiena, delle gambe e delle braccia. Questi muscoli servono a stare in piedi e a muoversi. Il significato originario della parola “aggressione” è “muoversi verso”, azione che dipende dal funzionamento di questo muscoli.” Lowen

Empatia: vedere le cose dal punto di vista dell’altro (bambino), quindi entrare nel suo “pathos” (empatia: in-pathos), nell’emozione del bambino.

Dott. Marcantognini Sammy