Innanzitutto che cos’è la resilienza?

Le origini del termine sembrano radicarsi nella metallurgia e nella scienza dei materiali, nel cui contesto indica la capacità di riprendere la forma originale dopo aver subito un piegamento, allungamento o compressione. Poi il termine si è diffuso ed è diventato di utilizzo trasversale: informatica, ingegneria, medicina… e psicologia.

Proprio in psicologia spesso viene considerato resiliente colui che nell’esperienza traumatica non vive alcun dolore, come se attorno alla persona ci fosse una guaina protettiva ed ogni problema “rimbalzasse” senza sofferenza. Anche l’etimologia sembrerebbe confermare questa tesi, con l’origine latina dal verbo “resalio”, iterativo di “salio”, che significa appunto rimbalzare. In realtà mi sembra più appropriata la suggestiva interpretazione secondo la quale il termine indicava l’atto di risalire sulla barca capovolta dalle onde del mare.

La cultura orientale è da sempre volta a questa interpretazione delle esperienze traumatiche: in Giappone esiste una particolare tecnica, detta “kintsugi”, che consiste nel riparare gli oggetti che si rompono riempiendo le spaccature con dell’oro, sottolineando metaforicamente come sia possibile riprendersi da una ferita, uscendone arricchiti dall’esperienza.

“È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.” A. Einstein

La singolarità della resilienza è proprio questa: i momenti di difficoltà possono dimostrarsi vantaggiosi. Sempre e in qualunque caso? Proprio no, saremo in grado di trasformare le difficoltà, piccole o grandi, in opportunità di crescita solo se affrontiamo lo studio, il lavoro e la vita con un atteggiamento che sia orientato alla ricerca di una soluzione. In cinese, l’ideogramma “crisi” è un simbolo composto da due segni: “pericolo” e “momento cruciale”. Per quanto riguarda il secondo segno, sta a noi trasformarlo in “opportunità”. E tu quale scegli? 

Quiz di autovalutazione

Un piccolo test per scoprire quanto siete stati resilienti nel vostro percorso di vita.

“È necessario sapere se un individuo continuerà ad andare avanti anche quando la situazione diventerà frustrante. La mia impressione è che, dato un determinato livello di intelligenza, il reale successo di un individuo sia funzione non solo del talento, ma anche della capacità di sopportare la sconfitta.” D. Goleman

  1. Nel tuo lavoro sei avvolto in una routine senza possibilità di fermarti per trovare nuove soluzioni ai problemi quotidiani?
  2. Quando parli con qualcuno rimani sempre rigido sulle tue convinzioni o sei aperto a nuove possibilità?
  3. Di fronte ad una nuova sfida sei stimolato o paralizzato?
  4. Se ti si dovesse spegnere il computer a metà del lavoro senza aver salvato quello che avevi scritto fino a quel momento come reagiresti? Passi molto tempo con manifestazioni di rabbia oppure provi a pensare che magari è un’occasione per fare meglio quello che avevi già scritto?
  5. Quando ti capita di perdere una gara nel tuo sport ti lasci sopraffare da rabbia e tristezza oppure ti viene voglia di allenarti ancora di più per migliorare?
  6. Prima di un esame universitario, o di altro tipo, sei molto ansioso. Rimani paralizzato oppure provi a pensare che potrebbe essere un’opportunità di imparare a gestire quella situazione?
  7. Di fronte ad una difficoltà che può essere di diverso tipo (es. non parte la macchina, non riesco a trovare lavoro…) te la prendi con il destino oppure ti orienti a trovare una soluzione?
  8. Quando fallisci prendi spesso delle scuse (non ho avuto tempo, c’era traffico, non ho trovato un passaggio…) oppure ti prendi la responsabilità e ti impegni per recuperare?

In definitiva quali sono parole chiave che organizzano la tua vita?

  • lamentele, scuse, rigidità, paralisi…
  • opportunità, apertura, responsabilità, imprevisto…

Valutazione “in equilibrio”

Propongo anche un piccolo esempio di come può essere valutato il grado di resilienza applicando le considerazioni sopra riportate alla capacità di equilibrio.

Facciamo salire una persona su una pedana propriocettiva e gli chiediamo di rimanere in equilibrio per 1 minuto. Se per quella persona fosse troppo facile farlo con due piedi, possiamo chiedergli di farlo con un piede solo o addirittura con gli occhi chiusi, fino a che troviamo un livello di difficoltà adeguato per quella persona, in modo da fargli perdere l’equilibrio almeno qualche volta.

La valutazione, a questo punto, si concentrerà non tanto su quante volte perderà l’equilibrio, ma se e quanto tempo ci mette per “provare” a recuperarlo. Questo è solo un esempio, che può essere traslato anche in altri modalità, purchè, come in questo caso, dia la possibilità di fare una valutazione con una o più situazioni in cui non si riesce nell’obiettivo, situazioni di fallimento, di “caduta”, di “perdita dell’equilibrio”.

Tratto da www.vicelliangelo.net